Alberto Mingardi
Rassegna stampa
18 gennaio 2021
Bitcoin, crolli e risalite
Dopo il lunapark c’è il futuro?
Al momento in cui scriviamo questo articolo, un Bitcoin vale circa 31 mila euro. Pochi giorni prima, aveva raggiunto i 33 mila salvo scendere a 28, a marzo dello scorso anno valeva 4 mila e 500 euro. A fine 2017 aveva sfiorato i 17 mila euro. Nel 2008 un Bitcoin valeva un dollaro, poco meno di un euro.

Il Bitcoin ci ha abituato a oscillazioni molto violente. Per molti, la sua volatilità ne fa un asset estremamente rischioso, dal quale i risparmiatori farebbero bene a tenersi alla larga.

Che non piaccia a regolatori e banchieri centrali è un dato di fatto. Mercoledì scorso Christine Lagarde lo ha definito un asset «altamente speculativo» e ha segnalato che «l'utilizzo per attività di riciclaggio è considerevole». Quest'ultima è una affermazione tanto apparentemente ragionevole quanto dubbia. Un'analisi del Tesoro inglese, del 2017, stimava i rischi riciclaggio associati alle valute virtuali assai inferiori a quelli di attività che «nel mondo reale» hanno per protagonisti banche, commercialisti e studi legali.

Chi vede nel Bitcoin uno strumento per attività criminose si concentra sull'anonimato delle transazioni ma trascura il funzionamento della blockchain, che pure per un certo periodo andava talmente di moda che in molti hanno pensato di disaccoppiarla da Bitcoin, facendone uno strumento per attività le più diverse.

La blockchain si basa su una sorta di «registro diffuso», distribuito su tutti i nodi della rete, strutturato come una catena di blocchi contenenti le transazioni. Ogni Bitcoin si porta appresso la sua storia: è come avere una banconota che tenga memoria delle impronte digitali di tutti coloro che l'hanno usata per fare acquisti.

La storia
E' vero però che la criptovaluta è stata usata in più di un'occasione per attività sovversive. In Venezuela, Hong Kong e Nigeria, il Bitcoin è stato di grande utilità agli oppositori del regime: vuoi per «smaterializzare» risorse e portarsele appresso, quando hanno deciso di lasciare il loro Paese, vuoi per ottenere sostegno dall’estero. Bysol, una fondazione creata da alcuni imprenditori dell’information technology per sostenere tutti i cittadini bielorussi che hanno dovuto pagare un prezzo per il loro sostegno alle manifestazioni contro Lukashenko, ha usato il Bitcoin per distribuire piccoli grant che hanno aiutato i dissidenti che avevano perso il lavoro nella repressione.

La data di nascita di Bitcoin è fissata al 2008, quando viene pubblicato un paper intitolato «Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System», l'autore è Satoshi Nakamoto e, nonostante siano state fatte le ipotesi più diverse, non è tuttora chiaro chi si nasconda dietro quello pseudonimo.

Che il Bitcoin sia venuto al mondo in corrispondenza di quella crisi, non è casuale. L'impressione che il sistema finanziario internazionale fosse più debole di quanto appariva, da una parte, e la preoccupazione per banche centrali che cominciavano a imbarcarsi in bail out massicci, rinunciando invece a garantire una moneta «solida», dall'altra, contribuiscono a spiegare il pensiero che sta dietro questo strumento.

Bitcoin è un artefatto digitale che è nel contempo scarso. Non è duplicabile: se ne spendo parte per comprare una pizza, non posso spendere quella stessa parte per comprare un panino. Ciò è intrinseco al protocollo informatico. Nello stesso tempo, l'emissione di Bitcoin non è in capo a una autorità centrale bensì è diffusa.

Il modello è l'oro: come il metallo giallo veniva estratto dai filoni auriferi, così i Bitcoin vengono estratti da dei «minatori». L'estrazione coincide con la soluzione di un complicato problema crittografico il cui premio è un bitcoin. A farlo può contribuire chiunque scelga di far parte della rete di emittenti della criptovaluta, ma ovviamente i computer con grande potenza di calcolo son vantaggiati.

Chiunque poteva andare nel Klondike per cercare qualche pepita, ma chi fosse stato più organizzato e avesse avuto una sua squadra e strumenti opportuni avrebbe avuto, ovviamente, gioco più facile.

Questa attività di estrazione richiede energia e l'alto costo energetico è stato spesso criticato. Ma in realtà anch'esso rientra nella medesima logica. La scarsità naturale dell'oro trova il suo corrispettivo, nel Bitcoin, in una scarsità artificiale: sappiamo che ne potranno esistere 21 milioni, e poi basta, e che più si va avanti e più difficile e complesso diventa sfruttare il filone aurifero.

Il vero significato
L'idea di fondo, quindi, era quella di costruire una valuta che fosse governata non da banchieri centrali, pronti a ricorrere al torchio dei biglietti, bensì da un algoritmo, il quale la rende scarsa e quindi meno manipolabile.

In molti hanno osservato che l'oro serve per fare monili e collane, mentre il Bitcoin no. In un suo saggio su Tommaso d'Aquino e i Bitcoin (in «Dal sesterzio al Bitcoin. Vecchie e nuove dimensioni del denaro», Rubbettino, 2020), Alejandro Chafuen ricorda che l'aquinate «dubitava che qualcuno potesse mai produrre oro attraverso l'alchimia, ma qualora si fosse trovato un modo per farlo, in tal caso si sarebbe potuto vendere l'oro dell'alchimista per lo stesso prezzo applicato all'oro estratto».

L'idea del Santo
Se ci accontentiamo di essere d'accordo con San Tommaso, il problema non è tanto la natura artificiale del Bitcoin ma che posto può assumere nelle nostre economie. Le ampie oscillazioni cospirano contro la sua adozione come mezzo di pagamento, per quanto il fatto che PayPal abbia deciso di cominciare ad accettarne è stato forse l'innesco della recente cavalcata che l'ha portato a triplicare, da ottobre ad oggi.

Come valuta digitale sembravano avere più spazio le cosiddette «stablecoin», le quali però sono state strangolate nella culla dall'annuncio della Banca centrale europea di un euro digitale: un esperimento che porterà, di fatto, ad aprire conti correnti direttamente presso la Banca centrale, con effetti potenzialmente ferali per la concorrenza nel mondo bancario.

Gli analisti che ritengono che questa volta sia diverso, cioè che il Bitcoin sia su un sentiero di crescita rispetto al quale potrà avere qualche arretramento ma che non si interromperà (come Andrea Battista su inpiu.net), sottolineano come esso sia ormai entrato anche nel portafoglio degli investitori istituzionali. Sono questi nuovi acquirenti, che desiderano avere anche delle criptovalute in portafoglio, ad avere determinato l'impennata degli ultimi mesi.

Perché? Perché va di moda? In questo caso, è bene ricordare che le mode vanno e vengono. Oppure perché l'attività delle banche centrali nel dopo Covid, fra tassi a zero e operazioni non convenzionali, nasconde fragilità anche più diffuse di quelle che hanno portato alla crisi del 2007/ 2008?

In dodici anni molte cose sono cambiate ma forse un qualche strumento per proteggersi dall'instabilità che le banche centrali possono generare oggi non è più inutile di quanto fosse ieri.

Da L’Economia – Corriere della Sera, 18 gennaio 2021