Attilio Barbieri
Rassegna stampa
4 dicembre 2020
Alitalia è riuscita a bruciare 8 miliardi dal 2017
A mettere in fila le tappe di questo disastro aziendale pluriannunciato è Andrea Giuricin in un paper IBL
Fra prestiti ponte in serie, debiti non pagati e costi altissimi, la ex compagnia di bandiera passa oramai da un disastro all'altro. L'ultimo errore il «no» dei dipendenti al piano industriale che ha provocato la fuga definitiva di Etihad e pure l'ennesima crisi

Ennesimo salvataggio per Alitalia ed ennesimo buco che pesa sulle tasche degli italiani. Mentre i vertici di Italia Trasporto Aereo, l'ennesima newco messa in pista per rianimare dal coma profondo la ex compagnia di bandiera, sono al lavoro per scrivere l'ennesimo piano industriale di rilancio (si fa per dire) si possono mettere in fila i costi degli ultimi salvataggi e tirare le somme. Per ora, naturalmente. In attesa che la nuova società sia pronta al decollo (si fa nuovamente per dire) e serva l'ennesimo aumento di capitale.

Ebbene, soltanto negli ultimi tre anni la voragine chiamata Alitalia ha polverizzato 8 miliardi di euro. Gli ultimi capitoli di una infinita rincorsa contro il tempo e soprattutto i debiti prodotti in serie, scandita da numerose ricapitalizzazioni e prestiti ponte. Tutti bruciati nella fornace di un vettore che è in stato di fallimento cronico.

A mettere in fila le tappe di questo disastro aziendale pluriannunciato è Andrea Giuricin, docente di economia dei trasporti all'Università di Milano Bicocca e ricercatore all'Istituto Bruno Leoni, che ha pubblicato uno studio sul tema. La contabilità del disastro dal 2017 a oggi si chiude con un rosso mostruoso: 8 miliardi. «Un costo enorme per una compagnia aerea che ha solo 11mila dipendenti», scrive Giuricin, «vale a dire oltre 700mila euro per dipendente per un periodo di soli tre anni».

CAPORETTO GESTIONALE
E in questa caporetto gestionale-finanziaria, c'entra poco il coronavirus. Quando gli effetti dell'epidemia si sono manifestati, tra la fine dello scorso inverno e la primavera, Alitalia era già abbondantemente decotta. Nel primo semestre 2018, dopo l'ultimo salvataggio - che poi è il penultimo considerando quello in corso - la compagnia italiana aveva un costo del personale per posto-chilometro offerto ai passeggeri di 1,40 euro, di poco inferiore a quello delle compagnie del network Lufthansa - esclusa la low cost Eurowings - per le quali il costo chilometro per ogni posto era di 1,48 euro. Peccato che in quegli stessi mesi e oramai da anni, Alitalia si trovasse a competere soprattutto sulle tratte europee, con i vettori low cost come Ryanair, che aveva un costo-chilometro di appena 50 centesimi, e Vueling (75 cent).

La ex compagnia di bandiera italiana era invece scarsamente presente sul lungo raggio, le rotte intercontinentali, colpevolmente abbandonate dai primi anni Duemila in poi, sempre per difetto di competitività. Ma se «Alitalia tuttavia era molto distante dagli operatori low cost in termini di costi per posto chilometro offerto e se questo ha una sua logica intrinseca nel modello di business, grazie alla maggiore produttività di quello low cost», spiega Giuricin, «bisogna anche dire che i ricavi di Alitalia erano più simili a quelli di Easyjet e Vueling che a quelli delle compagnie tradizionali».

DANNI Al CREDITORI
E qui sta proprio il paradosso della scellerata gestione Alitalia. Costi da gigante dei cieli, fatturato da low cost. Con questa formula era inevitabile un nuovo disastro. L'ennesimo. Con il finale che tutti conosciamo: rinazionalizzazione e nuovi esborsi a carico dei contribuenti. Senza considerare, naturalmente, i buchi disseminati nei bilanci dei creditori per i debiti mai saldati.

I motivi dei flop che hanno scandito gli ultimi vent'anni della nostra compagnia, sono noti e si riassumono soprattutto nel corto circuito fra politica e sindacato. Scrive sempre Giuricin: «L'errore più evidente è stato quello del 2017, quando la compagnia si trovava davanti a un piano industriale doloroso, ma che prevedeva al contempo circa 2 miliardi di soldi privati per rilanciarla. I dipendenti di Alitalia, convinti che la politica sarebbe intervenuta in loro sostegno con i soldi degli italiani, hanno deciso di andare verso il commissariamento, votando no al referendum sul piano industriale». Il no al referendum, che provocò il disimpegno definitivo di Etihad, ha sì evitato la cura dimagrante con gli inevitabili tagli al personale, ma ha aperto la strada a nuovi esborsi a carico della collettività. Soltanto da allora il conto presentato a contribuenti italiani e creditori ammonta a 8 miliardi per l'ultimo triennio. E non è ancora finita.

Da Libero, 4 dicembre 2020