Franco Debenedetti
Rassegna stampa
A chi giovano davvero i campioni nazionali?
Creare campioni per crescere - come pure da più parti si chiede - non ha senso
L’idea della politica industriale continua a sedurre: i politici, che così pensano di dimostrare ai cittadini che hanno la situazione sotto controllo; gli imprenditori, specie quelli con qualche problema, che pensano che ci sia qualcosa da guadagnare da quello che i politici dovranno fare. Guadagnare di più è l’obbiettivo naturale delle aziende, non hanno bisogno di essere pungolate per perseguirlo. E quanto al Paese, bisognerebbe incominciare a non distruggere quello che c’è: leggi ILVA, Atlantia, e, se non ci fosse stato Marchionne a impedirlo, anche Pomigliano.

Un’azienda cresce aumentando i ricavi, conquistando nuovi mercati, e/o riducendo i costi, sfruttando economie di scala. Lo può fare da sola, per linee interne, o con altri, per fusioni e acquisizioni. Può darsi che così facendo diventi un campione, nazionale o europeo o globale: ci sono riusciti Luxottica, Atlantia, Fiat. Quello che non funziona è il contrario, diventare campione come condizione preliminare per riuscire a crescere. In ogni caso nessuno glielo vieta: non l’Unione Europea che pure ha una Commissione Antitrust agguerrita, con una storia di interventi severi, (soprattutto verso aziende non europee) per evitare che operazioni di questo genere riducano la concorrenza con conseguenze a danno ai consumatori: non ci sono casi di sue decisioni che abbiano impedito la formazione di “campioni europei”. Non fa eccezione l’essersi opposta alla fusione tra le attività ferroviarie di Alstom e Siemens: un anno fa esposi su queste colonne le ragioni del divieto (Alstom-Siemens e il nodo concorrenza), or son pochi giorni leggendo dei Frecciarossa 1000 ordinati da Trenitalia agli stabilimenti Hitachi di Pistoia e di Napoli, mi domandavo se le cose sarebbero andate così piane se Bruxelles non avesse impedito la formazione di un “campione” delle costruzioni ferroviarie.

Fusioni e concentrazioni presentano rischi intrinseci ed ineliminabili interamente: è proverbiale il “winner’s curse”, il problema di chi, acquistata un’azienda, scopre quanto può costare la asimmetria informativa. Ma è la strategia stessa a finire sotto accusa, quella che noi si chiama “diventare campione nazionale”, e in USA “empire building”. Le grandi aziende ad azionariato diffuso sono perlopiù controllate dai fondi azionari, che investono seguendo un indice di Borsa, praticando quella che chiamano “la legge di Wall Street”, vota con il management o vendi. Anche il management ha la sua strategia, più grossa è l’azienda più guadagni e più hai potere: l’empire building li può indurre a privilegiare la crescita dimensionale al rendimento. Così facendo diventano obbiettivi per i fondi attivisti che pensano che il valore del titolo aumenterà se li si induce a recedere dal loro proposito. Questo nel mercato USA: da noi non resta che sfidarli sul piano della logica. Come esempio di possibile campione nazionale si cita la società delle reti: ma quale ragione di riduzione di costo o di aumento dei ricavi ci sarebbero mettendo insieme dentro “la scatola CdP Reti”, rete elettrica, gasdotti e rete telefonica, se non quella di seguire la magia pitagorica dell’”omne trinum est perfectum”?

La tentazione di perseguire una strategia della crescita fine a se stessa è particolarmente forte quando lo Stato è un azionista importante dell’impresa. Infatti la ragione principale che giustifica la partecipazione pubblica è quella di contribuire ad allievare il problema occupazionale, così consentendo ai partiti al governo di incassare un prezioso dividendo politico. Ciò li pone nella singolare posizione di avere il loro interesse di shareholder perfettamente allineato con quello degli stakeholder, in questo caso i dipendenti. I manager, hanno tutto l’interesse ad accontentarli: con la dimensione aziendale aumenta il loro prestigio, il loro potere, anche nei riguardi di coloro da cui dipende la loro riconferma in carica o la loro carriera nel mondo delle aziende controllate dallo Stato. A differenza degli USA non ci sono da noi forze antagoniste che possano opporsi, neppure di fronte a risultati negativi che passeranno alla storia: c‘è sempre un prestito ponte per dare ancora una boccata di ossigeno.

Resta la questione della difesa dei nostri aspiranti campioni dai predatori orientali (perchè vogliamo sperare che questo appellativo non valga nei riguardi di quell’Europa che, a parole, vorremmo sempre più integrata), per cui abbiamo le golden share nelle loro varie declinazioni. Bisognerebbe poi ricordare che alcune partecipazioni straniere sono storie di successo di cui ci si potrebbe solo augurare il ripetersi: penso a GE nelle turbine, a Hitachi nei treni, ai francesi in ST Microelectronics, alla Alstom nella Savigliano, e alle tante aziende del lusso che dopo essere state acquisite sono cresciute come fatturato, occupazione ed utili. Può sempre essere il caso di mettere in guardia dal pericolo di incursione cinese. Un po’ meno farlo a proposito di Terna, quando a suo tempo abbiamo considerato un successo che i cinesi della State Grid prendessero una partecipazione stabile del 35%. Infine, se proprio di “campioni” si vuol parlare, farlo con riferimento ad aziende con stazza paragonabile a quella dell’americano e del cinese può avere un senso, campione italiano non ne ha nessuno. E c’è una bella differenza tra “campione” con azionisti privati che comunque segue logiche di mercato, e “campione” con azionista lo Stato che proprio per questo ragione nega il mercato rendendo l’azienda di fatto non contendibile.

da Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2020