Stefano Graziosi
Rassegna stampa
14 febbraio 2021
A 100 anni dalla morte di Menger ancora si combatte per la libertà e contro lo statalismo
Intervista a Raimondo Cubeddu su Carl Menger (1840-1921) e la Scuola austriaca di economia
La difesa del mercato e della libera iniziativa contro lo strapotere dello stato: è anche (e forse soprattutto) in questo senso che può essere letto il centenario della morte di Carl Menger (26 febbraio). Fondatore della Scuola Austriaca, il contributo di Menger resta fondamentale non solo nel campo della teoria economica ma anche in quello della filosofia politica. Per approfondire maggiormente la sua figura, La Verità ha deciso di intervistare Raimondo Cubeddu: docente di Filosofia politica presso l’Università di Pisa e tra i principali esponenti italiani della Scuola Austriaca. Con Cubeddu abbiamo cercato di ripercorrere e comprendere l’importanza della figura di Menger. Un’importanza che – forse – non ha ricevuto l’interesse che merita e che costituisce un antidoto ai sostrati culturali (spesso egemonici) di derivazione marxista.

Perché è importante ricordare oggi la figura di Carl Menger?
Direi che è importante anzitutto perché il 26 di febbraio ricorre il centenario della sua scomparsa, avvenuta a Vienna nel 1921. Menger era nato nel 1840 in una località della Galizia austro-ungarica (ora in Polonia) dove da secoli la sua famiglia possedeva terre. Studiò giurisprudenza a Cracovia e a Vienna e lì, dopo la laurea, iniziò la carriera ministeriale e giornalistica. In un paese che non aveva una tradizione di studi economici, e nelle cui università l’economia politica era una disciplina secondaria della facoltà di Giurisprudenza, a poco più di trent’anni, nel 1871, Menger pubblicò il libro Grundsätze der Volkswirthschaftslehre (trad. it. Princìpi di economia politica, Rubbettino 2001), che gli assicurò fama internazionale e la cattedra a Vienna. L’opera, immediatamente, percepita come una della più innovative della teoria economica, risolse il “problema del valore”, che tanto aveva angustiato Adam Smith e gli “economisti classici”. Menger mostrò infatti come il valore che gli individui attribuiscono ai beni non dipenda tanto dalle qualità e dalle caratteristiche (rarità ed utilità) dei beni e neanche dal costo del lavoro necessario per la sua produzione, ma da quanto gli individui intendono spendere per acquistare dei beni che, in un determinato momento e sulla base della conoscenza posseduta, ritengono siano in grado di soddisfare i loro bisogni. Si tratta della teoria dei valori soggettivi che rivoluzionò il panorama della riflessione economica di fine Ottocento, e che Menger formulò pochi anni dopo che Karl Marx, nel primo libro del Capitale, aveva attribuito il valore dei beni alla quantità di lavoro incorporato nella loro produzione, dando così vita alla teoria marxistica del valore-lavoro, dello sfruttamento e del plusvalore.
Dopo una vita da scapolo Menger si sposò con una ragazza ebrea molto più giovane di lui dalla quale ebbe un figlio: Karl, morto pochi anni orsono, che fu famoso matematico.
La sua ricchissima biblioteca (messa su insieme al fratello Anton, esponente di un “socialismo giuridico” non marxista) fu venduta all’università di Tokio ed il catalogo che ne è stato fatto tutt’oggi suscita l’invidia di ogni bibliofilo.

Quale fu l’atteggiamento di Menger nei confronti del socialismo?
Pur conoscendone le opere e il pensiero, Menger non prende in considerazione le teorie di Marx, ma è evidente che fornisce una teoria del valore e dei prezzi più soddisfacente di quella degli economisti classici alla quale attinge lo stesso Marx. Tant’è vero che le sue idee, insieme a quelle di Leon Walras e di William S. Jevons, indipendentemente apparse negli stessi anni, dettero vita a quella che è nota come rivoluzione marginalistica o economia neo-classica che ebbe un ampio successo tra gli economisti di allora e di oggi.
Riprese dal suo allievo Eugen von Böhm-Bawerk nel 1996, in un famoso saggio sulla teoria del valore marxiana (trad. it. La conclusione del sistema marxiano, IBL Libri 2020), le teorie mengeriane sul valore e sul capitale, mostravano la fragilità e l’erroneità dei presupposti teorici del marxismo, suscitarono un grande dibattito ma, come noto, non riuscirono ad evitarne successo e diffusione delle idee socialistiche.
Analogo destino ebbe anche il saggio che Mises scrisse nel 1920 sull’impossibilità di un calcolo economico in un’economia collettivistica. Un saggio che fu letto e discusso, ma che non riuscì ad arrestare quegli entusiasmi per le economia pianificate che poi si sarebbero dimostrate tragiche e fallimentari. La critica ‘Austriaca’ ai tanti tipi di socialismo e alle teorie della ‘giustizia sociale’ si perfeziona alla fine degli anni Trenta quando Hayek mostrò come fosse impossibile una forma di conoscenza che potesse centralizzare tutte le informazioni che servono per gestire un’economia pianificata e che poi le trasmettesse in tempo reale e senza errori a tutti coloro i quali dovrebbero partecipare alla gestione pianificata e finalizzata delle attività economiche.
Non è quindi un caso che i socialisti di tutte le specie abbiano da sempre considerato gli Austriaci come i loro principali avversari.

Ma Menger fece soltanto il ‘professore’?
No! Per quanto si dedicasse molto alla didattica e all’organizzazione degli studi universitari, Menger non fu un professore solitario ed avulso dalla realtà del suo tempo e del suo paese, e uno dei maggiori economisti mai vissuti, ma anche un personaggio pubblico che, talora sotto anonimato, commentava gli avvenimenti politici nella stampa liberale della Vienna dei suoi tempi. Fu anche uno dei professori scelti dall’imperatore Francesco Giuseppe e dalla famosa Sissi per l’educazione dell’erede al trono Principe Rodolfo. Come mai la coppia imperiale avesse scelto il notoriamente liberale laico Menger come professore di economia dell’erede al trono rimane per certi versi un mistero. Ma tra i due si stabilì una profonda intesa, scrissero e anonimamente pubblicarono insieme un libriccino sui difetti della nobiltà austriaca (ora tradotto in Un altro Menger, a cura di R. Cubeddu e M. Menon, di imminente pubblicazione presso Liberilibri), fecero un famoso “viaggio di istruzione” nelle capitali europee, e Menger introdusse il Principe nei circoli del giornalismo liberale viennese avverso alla politica di intesa con la Germania. Dopo il suicidio di Rodolfo nel 1889, la stampa conservatrice viennese accusò Menger di essere l’istigatore delle idee liberali, democratiche, repubblicane ed atee del Principe ed anche del suo “filo-semitismo”.

Menger fu dunque un liberale laico?
Certamente! Menger fu un liberale laico di ispirazione “giuseppiniana” (l’imperatore che alla fine del XVIII secolo cercò di riformare l’Impero) ed ebbe anche un aspro scontro col cristiano-sociale sindaco di Vienna: Karl Leuger che avrebbe voluto espellere liberali ed ebrei dalle università austriache. Non è un caso che il primo libro su Menger, nel 1908, fu scritto da un gesuita e prendeva di mira non le sue idee economiche e politiche ma le sue idee religiose (al riguardo si veda R. Cubeddu, Individualismo e religione nella Scuola Austriaca, Edizioni ETS, 2019).

Qual è l’importanza della figura di Menger per l’economia e la filosofia politica?
Del suo rilievo come economista si è già accennato. Basta aggiungere che Menger scrisse anche un famoso saggio sulla teoria del capitale (trad, it. in C. Menger, Scambio, valore e capitale. Scritti su Adam Smith, IBL Libri, 2019) ed un saggio altrettanto famoso sul denaro (trad. it. Menger, Denaro, a cura di L. Infantino, Rubbettino, 2103). L’idea fondamentale di Menger era infatti che l’attività economica, d qualsiasi tipo sia, deve anzitutto mirare a riprodurre nel tempo quel che viene consumato.
L’importanza di Menger per la filosofia politica è data soprattutto dal suo essere il riconosciuto fondatore della cosiddetta Scuola Austriaca, la quale, oltre al già ricordato Böhm-Bawerk, comprende Friedrich von Wieser e soprattutto Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e non pochi libertari contemporanei i quali sviluppando idee ed intuizioni di Menger non soltanto nel campo dell’economia ma anche in quello delle scienze sociali e dalla filosofia politica, hanno dato un fondamentale contributo alla rinascita del liberalismo nel XX secolo. Tant’è che oggi non è possibile immaginarlo a prescindere dagli Austriaci che lo trassero dalle secche nelle quali era finito per non essere riuscito, fino a Mises, a districarsi dai presupposti teorici ed antropologici degli economisti classici i quali, occupandosi prevalentemente del momento della produzione dei beni, trasformarono il liberalismo nell’ideologia della borghesia sfruttatrice dei lavoratori in quanto si appropriava del plusvalore. Spostando l’attenzione dalla produzione al consumo come elemento determinante del valore, gli Austriaci elaborarono una nuova teoria politica liberale immune dalle critiche marxistiche della cui teoria sull’economia collettivistica furono anche solerti e celebri critici già dai tempi delle prime sperimentazioni di economia pianificate.

Da dove prende le mosse questo rinnovato liberalismo?
Il punto di partenza, anche nel caso del rinnovamento del liberalismo e della critica del socialismo, sono le idee che Menger espose nelle Untersuchungen über die Methode der Socialwissenschaften, und der Politischen Oekonomie insbesondere, del 1883 (trad. it. Sul metodo delle scienze sociali, Liberilibri, 1996), nella quale, oltre a prendere le distanze dalla teoria dello scambio e dal liberalismo di Smith (che “condurrebbe al socialismo”), Menger elabora un’importante teoria della nascita della principali istituzioni sociali chiedendosi come mai il linguaggio, la religione, il diritto, lo Stato, i mercati, la concorrenza, il denaro, etc., i quali si incontrano «già in epoche storiche nelle quali non si può ragionevolmente parlare di un’attività della comunità o dei suoi capi consapevolmente orientata alla loro formazione» e che, pur essendo «molto utili al benessere della società» e «importanti per il suo sviluppo», sono «in gran parte […] risultato irriflesso dello sviluppo sociale».
Da non dimenticare la feroce polemica di Menger nei confronti degli esponenti della Scuola storica dell’economia tedesca, ed in particolare del potente e temuto Gustav von Schmoller, che voleva creare un modello economico prettamente ‘tedesco’ nel quale la politica e l’etica avrebbero diretto la società, la sfera economica e o singoli uomini verso l’obiettivo di un rafforzamento dell’autorità statale. Ed è inutile specificarne gli esiti.

Ritiene che Menger possa essere d’ispirazione per alcune delle forze partitiche odierne in Italia? Se sì, quali? E in che modo?
Penso che il lascito maggiormente significativo di Menger sia stato quello di mettere in evidenza alcuni dei caratteri perenni dell’attività umana: ovvero che ogni individuo ha il diritto di cercare di migliorare la propria condizione autonomamente ma senza recar danno ad altri. E fece questo insistendo sul fatto che il carattere dell’attività ‘economica’ è la riproduzione nel tempo di quanto viene consumato e mostrando il carattere benefico di una libertà umana consapevole del fatto che la conoscenza umana è limitata e fallibile. Il che significa che l’uomo può soltanto mitigare una sostanziale situazione di incertezza, e che il tentativo della politica di eliminarla è destinato a fallire perché tutte le azioni umane, indipendentemente dalle motivazioni (anche religiose ed etiche) che le ispirano, hanno delle conseguenze indesiderate ed inintenzionali che mettono in discussioni i propositi iniziali.
In questo modo, Menger e i suoi allievi elaborarono una teoria dell’azione umana e delle istituzioni delle quali tutte le forze politiche e soprattutto quelle che si dichiarano liberali potrebbero avvalersi. La speranza è che questo centenario sia l’occasione per rendersi ancora una volta conto dell’importanza della libertà individuale in un mondo nel quale i monopoli privati nella creazione e trasmissione delle informazioni, e le crescenti ed assurde regolamentazioni statali stanno progressivamente restringendo i margini di libertà, di creatività e di responsabilità individuale. Si tratta di un mondo in cui i fallimenti della politica si trasformano in una maggiore domanda di politica e in cui riaffiora la credenza che il livello dei prezzi sia determinato dai produttori (producendo alienazione e sfruttamento) e non dalla domanda di beni. Un mondo triste e rancoroso nel quale si tende a sottovalutare che i mali attribuiti al mercato sono il più delle volte prodotti soprattutto dagli interventi di uno stato asfissiante che pretende di regolare ogni attività umana e che determina i livelli di imposizione fiscale e quindi il costo della produzione e della distribuzione dei beni sulla base delle credenze di una classe politiche che mai come in queste circostanze ha dato prova di quanto la conoscenza umana sia limitata e fallibile.

da La Verità, 14 febbraio 2021